Era il 2016. Io a quei tempi passavo molto tempo all’estero: principalmente a Ponsacco, ma anche Pisa e Lucca erano terre lontane in cui mi recavo con discreta frequenza. Poi una serie di problemi personali – su cui non ho alcuna intenzione di scherzare, e mi scuserete perciò se in questo testo che vorrebbe essere scanzonato mi limito a parlarne genericamente e di sfuggita – mi costrinse a un’esistenza più casalinga e paesana.

Conoscevo il Botteghino (nota: tutte le volte che scriverò “il Botteghino” intenderò “il Circolo ARCI Il Botteghino” e non l’omonimo quartiere di La Rotta): è a circa cento metri da casa mia, bella forza. Ci avevo messo piede poche volte, a dire il vero. Mi ricordavo che da ragazzotto mi era sembrato il tipico circolino di paese, dove gente di una certa età (da ragazzotto avrei detto, più semplicemente: “un gruppo di vecchi”) giocava a carte bevendo gottini di vino tra fantasiose bestemmie e il fumo di decine di sigarette accese contemporaneamente. Quel ricordo era talmente radicato nella mia mente che ogni volta che, in seguito, mi capitava di tornarci questa immagine mentale si sovrapponeva alla realtà; voglio dire che io continuavo a vedere vecchi fumatori col bicchiere di vino in una mano e le carte da gioco nell’altra anche se, probabilmente, in quel preciso istante c’erano solo due signori di mezz’età a un tavolino, uno che cercava di leggere il giornale e l’altro che lo distraeva parlandogli dei cazzi suoi.

Nel 2016, dicevo, le circostanze mi spingevano a passare molte serate a casa e diventò perciò una consuetudine fare due passi, subito dopo cena, fino al Botteghino, prendere il caffè (in tazza: perché in un circolo se il caffè lo vuoi in tazza lo devi specificare, a differenza di quanto accade nel 99,9% dei bar) e comprare un pacchetto di sigarette. E lentamente, quell’immagine che per tanti anni aveva per me rappresentato il Botteghino cominciò a farsi, sera dopo sera, sempre più trasparente permettendomi, così, di vedere la realtà. E scoprii che al Botteghino, come dicevano i giovani della mia generazione, “si facevano cose”. C’erano concerti di gruppi e musicisti locali emergenti. C’erano cene a cui partecipavano anche persone della mia età e persino più giovani. C’erano dibattiti – e non i dibattiti che mi sarebbero venuti in mente pensando a dibattiti da circolo ARCI (“Il mercato dei detergenti per l’igiene intima e la critica marxista”), di cui non frega un cazzo a nessuno ma sono sempre frequentatissimi perché i soci vengono minacciati di atroci vendette trasversali se solo si azzardano a non assistervi.
Cominciai, timidamente, a prendere parte alla vita del Botteghino. Partecipai a qualche cena (piatto tipico: arista e fagioli), vidi qualche concerto (non tutti belli, in verità) e cominciai a dare una mano in vario modo, fosse solo spostando un amplificatore una decina di centimetri più verso il muro o fissando con lo scotch di carta una tovaglia a un tavolo di plastica verde.

Nel settembre nel 2016 il clownesco governo della repubblica lanciò un’iniziativa che diffuse, involontariamente, il buonumore tra gli italiani (lo so che in questo caso ci vorrebbe l’iniziale maiuscola ma mi sembra sprecata, abbiate pazienza). Parlo dell’ineffabile Fertility Day, una trovata che, non avesse avuto un nome così smaccatamente esterofilo, non sarebbe dispiaciuta alla buonanima di Benito Amilcare Andrea Mussolini in arte Duce. Accompagnato da un battage pubblicitario fatto di profezie minacciose (“La tua fertilità ha una scadenza: fatti mettere incinta subito, sciacquetta!”), considerazioni infelici (“Un figlio unico ha una vita triste: sfornagli subito un fratellino, degenerata!”) e un po’ di sano terrorismo sui maschietti (“Guarda che se continui a fumare va a finire che non ti si rizza più”), il Fertility Day avrebbe dovuto rappresentare il punto di partenza, nelle intenzioni del governo, per mettere in cantiere una serie di provvedimenti volti a rimuovere tutti quegli ostacoli che purtroppo i cittadini si trovano a dover affrontare quando decidono di diventare genitori. Inutile dire che, con le premesse a cui accennavo prima (ah: gli slogan non erano esattamente quelli, lo ammetto, però ho cercato di rendere l’idea), il tutto andò a farsi friggere.

Al Botteghino fu deciso di organizzare una serata in concomitanza con questa lodevole iniziativa: una specie di contraltare demenziale alla demenza dei nostri governanti di allora (non che ci sia toccato di meglio, in seguito, ma questo è un altro discorso). Io fui coinvolto nell’organizzazione di questa serata quasi senza accorgermene. E fu una bella esperienza. La serata fu chiamata Moltiplicatevy Day (non ne sono certissimo, ma temo di aver suggerito io quel nome), e come sottotitolo aveva “scazzi, frizzi e lazzi in occasione del Fertility Day”. La locandina, che realizzai lucidando l’immagine ufficiale della campagna governativa, annunciava “dibattiti, chiacchiere, canzoni e tutto quel ci verrà in mente” e recava un invito a “portare gli strumenti” della cui opportunità avevamo dibattuto a lungo: visto il tema della serata quell’invito poteva essere equivocato (poi concordammo sul fatto che certi strumenti non possiamo non portarli e quindi sarebbe stato superfluo specificare che intendevamo gli strumenti musicali: sia come sia, nessuno del pubblico si presentò con chitarre, flauti o pianoforti a coda).

Il programma della serata comprendeva la proiezione di spezzoni di film a tema, tra cui l’episodio del coito visto “dall’interno“ di Tutto quel che avreste voluto sapere sul sesso ma non avete mai osato chiedere di Woody Allen e vari sketch tratti dai film dei Monty Python, un breve spettacolo teatrale della compagnia “Le Pupille” in cui Rosa Iacopini e Chiara Lazzeri (quest’ultima una delle colonne del Botteghino) leggevano i Monologhi della vagina di Eve Ensler, un’esibizione di Francesca Cangemi (che incontrammo proprio allora per la prima volta e che sarebbe divenuta un’affezionata amica del Circolo) che si produsse in una lunga teoria di canzoni popolari incentrate sulla condizione femminile.
A me, che avevo già composto una canzone dedicata al Fertility Day (“Che donna sei / se non ti ingravidano mai?”) venne in mente di esibirmi – una cosa, il cantare in pubblico accompagnandomi con la chitarra, che non avevo più fatto da anni. Scrissi in fretta altre quattro canzoni, tra cui quella che sarebbe diventata il mio più grande successo nonché il tormentone estivo del Botteghino, la canzone del Macelloni per eccellenza, Ti prego no, che col suo ritornello incalzante “ti prego, no, non interrompere il coito” ottenne da subito il favore del pubblico che salutò la mia performance con un’ovazione. Vabbe’, un po’ ho esagerato. Concedetemelo, dài.

(Tra parentesi: il giorno successivo scrissi questa cosa qua:

Io non so cantare.
Le note mi sfuggono
e io le inseguo
in preda al panico
[…]
Io non so cantare.
È per questo che canto.

Un paio di anni più tardi da questi versi fu tratto il titolo del mio secondo libro, spacciato senza pudore per una raccolta di poesie, che presentai proprio al Botteghino con la complicità di Stefania Aliotta, che è la mia compagna, dell’amico Alessandro Remorini e della già citata Chiara Lazzeri).

Fu una gran bella serata, quel Moltiplicatevy Day. E segnò la data di nascita ufficiale della mia collaborazione col Botteghino. Sono passati pochi anni da allora, eppure sembra un’eternità. Nel frattempo sono diventato presidente del Circolo – non per particolari meriti: qualcuno doveva pur farlo e alla fine è toccato a me – e ho scoperto che, oltre a organizzare eventi di vario tipo, in un circolo c’è da rimboccarsi le maniche: tenere in ordine locali e attrezzature, fare piccoli interventi di manutenzione, far quadrare i conti, certo; ma soprattutto tenerlo vivo. E, a volte, persino affrontare una pandemia mondiale.

Gianluca Macelloni

Gianluca Macelloni, impiegato, coltiva numerosi hobby spaziando dal bricolage alla scrittura. Da qualche anno ricopre la carica di Presidente del Consiglio Direttivo del Circolo ARCI Il Botteghino.