Entrai dal barbiere, avevo 10 anni e paura degli adulti, un senso come d’inadeguatezza ed inferiorità mi mangiava a morsi. Il barbiere stava già lavorando su un cliente:

“Fammi i capelli lisci come il culo di un bimbetto”.

Linguaggio terribilmente maschio, talmente maschio che, essendo bimbo, temetti seriamente per la mia incolumità fisica. Avevo paura che mi obbligassero a calar le braghe per sentire com’è liscio il culo di un bimbo, farsene un’idea e lavorare in tal senso. Ciò, ovviamente, non accadde, ma mi rimase addosso quel certo non so che di schifo, ribrezzo e profondo disprezzo per tutto quello che è riconducibile al linguaggio terribilmente maschio. 

Tutto tornò quindi nella norma, il barbiere tagliava, pettinava e sfumava mentre il cliente parlava di fica (terribilmente maschio). Ne parlava in maniera morbosa, e secondo me, anche un po’ vigliacca: non so se avrebbe mai avuto il coraggio di ripeterlo a una donna quello che stava dicendo.

“Topa grassa…mani sul culo…c’ho l’uccello pare un palo della luce…se mi vede ignudo, lei lì, per terra ci fa il lago”:  qualcosa lo afferravo, qualcos’altro lo avrei afferrato più in là con gli anni, il solo problema era come mai io dovessi afferrare certi concetti. Per essere un uomo, dovevo essere come questo stronzo che parlava di donne come si parla di vacche portate al macello? O come il barbiere che, con sorriso complice, assentiva ad ogni affermazione del cliente terribilmente maschio? Avevo solo dieci anni, mi affacciavo alla vita vera, di strada, di comunità, per la prima volta e tutto quello che stavo vedendo, sentendo, capendo, non mi piaceva, non mi ci riconoscevo, non era come ero stato cresciuto fino a quel momento. Nelle tane dei bottegai, nelle parole dei baristi, dei macellai e di benefattori sotto la cui maschera si celano usurai, sempre il solito linguaggio maschio, insopportabile, cacofonico, spregevole…

Ad un tratto si aprì la porta della piccola bottega, ed entrò un signore grosso, ma non grasso, si vedeva che la sua stazza era determinata più da dei muscoli da gladiatore ormai messi a riposo, che da una certa predisposizione alle cene abbondanti. Aveva i tratti del viso duri, il naso schiacciato tipico di chi se lo è rotto, ma, nonostante questo, il suo sorriso era solare e contagioso. Chiese permesso, diede la buonasera, si tolse il cappotto e nella bottega calò il silenzio, il silenzio che si deve ad una persona autorevole, ma non autoritaria: il cliente terribilmente maschio cessò il suo starnazzare e il barbiere smise di  assentire. 

“Mi p’oi da’ ‘na spuntata veloce a’ capelli?” disse il signore.

“Finisco qui e poi c’è il bimbo” gli rispose il barbiere indicandomi.

Il signore mi guardò e mi sorrise, io gli sorrisi a mia volta perché, come detto sopra, era contagioso.

“te li faccio io i capelli? Bada però che ho la mano un po’ pesante!” 

“mi scusi signore, ma preferirei di no” replicai timido. 

Lui scoppiò a ridere e risi anch’io perché, se era contagioso il sorriso, figuriamoci la risata.

“Bada lì! O dove lo trovi un bimbo che ti risponde -mi scusi signore, ma preferirei di no!-“

“Eh, ma è bravo lui” rispose il barbiere.

“E si vede, vai!” 

Finita l’indagine su di me, il signore attaccò una sorta di monologo che rimasi ad ascoltare rapito (contagioso il sorriso, contagiosa la risata, figuratevi il verbo):

Prese per il culo le tane dei bottegai, le parole dei baristi, dei macellai e dei benefattori sotto la cui maschera si celano usurai. Io approvavo, approvavo tantissimo. Chiuse l’argomento “la cittadina dove sono nato” dicendo che un giorno avrebbe speso tutti i soldi che gli rimanevano per farsi costruire una torre altissima, nel centro esatto di Pontedera, per poi poterci salire e pisciare in testa ai pontederesi ogni volta che gli pareva. Io approvavo, approvavo tantissimo, anche se, in fin dei conti, io ero uno di quelli cui, questo signore, avrebbe pisciato in testa.

Iniziò poi a dire che si doveva far dare una spuntata perché il giorno dopo sarebbe dovuto andare ad una trasmissione, ospite di Maurizio Mosca. Io odiavo Maurizio Mosca, un giornalista sportivo che non capiva nulla di sport, solo una marionetta caciarona ed insulsa, solamente la caricatura di un giornalista sportivo. Ad ogni buon conto, comunque, questo signore doveva essere per forza un ex sportivo famoso per andare come ospite ad un programma di Maurizio Mosca… iniziai a chiedermi chi potesse essere senza osare chiederlo (troppo timido). Tuttavia, leggendo la mia espressione interrogativa (sempre stato un libro aperto in fatto di espressioni facciali) il barbiere mi fece “ma te lo sai chi è questo signore qui?”

“Mi spiace, non lo so”.

Il signore famoso e misterioso scoppiò a ridere e il barbiere mi disse “questo signore è Mazzinghi, ti dice nulla?”

“Mi spiace, no”.

“Quando torni a casa chiedilo al tuo babbo, vedrai lui te lo sa dire…” e così l’artigiano del capello stese un velo pietoso sulla mia ignoranza…

Mazzinghi poi iniziò a parlare di Maurizio Mosca; per lui non era un giornalista sportivo ma solo un buffone che si spacciava per tale, una marionetta caciarona ed insulsa, solamente la caricatura di un giornalista sportivo. Non sapevo chi fosse questo signor Mazzinghi ma lo stimavo tantissimo, anche se un giorno, prima o poi, mi avrebbe pisciato in testa dall’alto della sua torre.

Abbagliato dall’ammirazione, e visto che voleva solo una spuntatina, lo feci passare avanti a me. Finita la breve tosatura, pagò, salutò tutti, mi ringraziò per averlo fatto passare avanti.

Quando tornai a casa chiesi al mio babbo chi fosse Mazzinghi, e ascoltai storie incredibili, le storie su una persona comune nata nella miseria di un quartiere popolare e finita sulla vetta del mondo, tenendo la cintura dei campioni stretta nella morsa di due guantoni da boxe. Un figlio del popolo che, vincendo, riscattava il suo popolo dalla miseria, dalla violenza e dalla fame. Di una persona nata umile e rimasta umile nonostante i titoli vinti…

C’era una foto in bianco e nero, in quegli anni, appesa sulla parete, di fronte al bancone, del Bar Messicano, sul corso principale di Pontedera: un giovane Sandro Mazzinghi in tenuta da boxeur, su di un ring, con un tizio steso al tappeto e ai suoi piedi. Quel tizio era Ralph Dupas, pugile americano, a cui Mazzinghi, con quel K.O. strappò il suo primo titolo mondiale. Ma non era solo Dupas quella persona stesa a terra, erano i bottegai, i baristi, i macellai, i benefattori sotto la cui maschera si celano usurai, il cliente dalle parole terribilmente maschie, il barbiere che assentiva e anche Maurizio Mosca. Tutto quello che odiavo e che anche Mazzinghi odiava.

Quindi, se in questa città di bertucce si fa tanta fatica a dedicargli una palestra popolare o addirittura una piazza, magari sarebbe bello costruire la torre che aveva in mente quel giorno dal barbiere; lui purtroppo non può più salirci perché ci ha lasciati, ma magari posso salirci io e pisciarvi in testa a tutti al posto suo.

Tommaso Salvini

Sono nato a Pontedera, poi dopo me ne son pentito. Dicono lo faccia.